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	<title>Mauro Corso &#187; musica</title>
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	<description>attore e scrittore</description>
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		<title>E&#8217; uscito Lilikoi il nuovo disco di Jontom</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Jan 2013 16:58:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mauro</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Jontom]]></category>
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		<description><![CDATA[Quando ascolto Jontom mi sento orgoglioso del mio paese. Ok, ora che ho la vostra attenzione vi spiego il perché. Viviamo in una società e in un epoca in cui essere artisti è quasi sempre un secondo lavoro, un hobby, un&#8217;attività incidentale che non deve mai pesare sull&#8217;impiego principale. E così abbiamo scrittori-postini, attori-impiegati del <a class="moretag" href="https://www.maurocorso.it/recensioni/musica/e-uscito-lilikoi-il-nuovo-disco-di-jontom/">continua..</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.maurocorso.it/wp-content/uploads/2013/01/lilikoi.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-538" title="lilikoi" src="http://www.maurocorso.it/wp-content/uploads/2013/01/lilikoi.jpg" alt="" width="500" height="500" /></a>Quando ascolto Jontom mi sento orgoglioso del mio paese. Ok, ora che ho la vostra attenzione vi spiego il perché. Viviamo in una società e in un epoca in cui essere artisti è quasi sempre un secondo lavoro, un hobby, un&#8217;attività incidentale che non deve mai pesare sull&#8217;impiego principale. E così abbiamo scrittori-postini, attori-impiegati del catasto e pittori-web designer. Non deve essere così. L&#8217;arte richiede impegno, dedizione e tempo. Jontom con il suo esempio mi dimostra che questo, nel nostro paese, è possibile. Basta crederci e non smettere mai.Per questo un capitolo del mio libro di prossima uscita, <a href="http://www.maurocorso.it/scrittura/mauro-corso-ha-concluso-il-libro-il-recupero-del-silenzio/" target="_blank">&#8220;Il recupero del silenzio&#8221;</a>, è dedicato a lui.</p>
<p>Di Jontom avevo già scritto una recensione di un altro disco, <a href="http://www.maurocorso.it/recensioni/musica/jontom-i-need-you-both/" target="_blank">&#8220;I need you both&#8221;</a>, e del suo libro di memorie come ukulelista professionista,<a href="http://www.maurocorso.it/scrittura/recensione-no-e-un-ukulele-di-jontom/" target="_blank"> &#8220;No è un ukulele&#8221;</a>. Un ottimo libro motivazionale, uno di quei libri che ti ispirano.</p>
<p>E ora ci troviamo di fronte a <a href="youkulele.com/jontom-lilikoi/" target="_blank">Lilikoi</a>, un disco che viene distribuito da Jontom in formato Freemium. Il formato Freemium è molto semplice: un prodotto viene offerto gratuitamente nella forma base, se volete un servizio in più, potete pagare. Nella fattispecie, se volete il disco in formato mp3, lo potete scaricare direttamente <a href="youkulele.com/jontom-lilikoi/" target="_blank">qui</a>. Se il disco vi piace o se volete averlo in formato lossless, al massimo della qualità audio possibile, potete comprarlo <a href="youkulele.com/jontom-lilikoi/" target="_blank">allo stesso link</a>.</p>
<p>Adesso veniamo al disco. <span id="more-537"></span>In generale le buone pratiche musicali consigliano di fare dischi uniti da un filo conduttore che può essere da un semplice genere fino a una storia ben definita,  o quanto meno da un atmosfera (questo l&#8217;esempio del &#8220;concept album&#8221;, vedi &#8220;Dark side of the moon&#8221;). In questo caso a legare i pezzi di questo album, con coraggio e una buona dose di sana spavalderia, sono lo stesso Jontom e il suo ukulele. E allora la regola della coesione estrema salta: qui stiamo su un piano completamente diverso, su un piano personale, ma anche sul piano di un manifesto artistico. Parliamoci chiaro: se vi capita di andare per festival dell&#8217;ukulele, prima o poi vi verrà il dubbio che lo strumento a quattro corde serva solo per accompagnarsi su &#8220;Ukulele Lady&#8221; e &#8220;Ain&#8217;t she sweet&#8221;. Una volta l&#8217;ho pensato davvero pesantemente.</p>
<p>C&#8217;è molto di più dentro a un ukulele, e Jontom ce lo ricorda con 18 pezzi belli tesi che ripercorrono tutte le sue preferenze, e non soltanto musicali. Possiamo trovare un bellissimo brano dedicato all&#8217; &#8220;Ice truck killer&#8221; a metà tra la ballata e il recitativo alla Lou Reed (Jontom ama molto Dexter, questo si sa).  C&#8217;è un omaggio ai Cylon di Battlestar Galactica, ma anche il tema di Forrest Gump, &#8220;Moon river&#8221;, &#8220;Pinocchio&#8221; con un piccolo &#8220;twist&#8221; a sorpresa alla fine. Senza contare il John Marston di &#8220;Red Dead Redemption&#8221;. Tutte eseguite con un tocco personale e immediatamente riconoscibile, il tocco di JT che tutti gli ukulelisti conoscono (e anche invidiano, ammettendolo o no).</p>
<p>Mio highlight personale è &#8220;Hey Jo&#8221;, che inizia come la cover di Jimi Hendrix dei Body Count, ma poi ti sorprende con un inaspettato medley con &#8220;Wish you were here&#8221;. E&#8217; su cose come queste che capisci che genio e sana follia devono mescolarsi per darti qualcosa di grande.</p>
<p>Da notare l&#8217;intervento di <a href="http://jeffpetersonguitar.com/" target="_blank">Jeff Peterson</a> sulla traccia numero 3, con il suo stile basato sulla &#8220;<a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Slack-key_guitar" target="_blank">slack key</a>&#8220;, un fingerstyle basato su un&#8217;accordatura open (e sono anche convinto di aver scritto una cosa dotata di senso compiuto).</p>
<p>Nelle tracce &#8220;romanesche&#8221;, e cioè  la &#8220;Società dei magnaccioni&#8221; e &#8220;Tanto pe&#8217; canta&#8221;, nonché nel classico &#8220;Gastone&#8221; possiamo gustare l&#8217;intervento di Gabriele Linari.</p>
<p>Fra le altre canzoni che amo molto, una bella versione strumentale di &#8220;Rimmel&#8221; e &#8220;Umida&#8221; una canzone che ti fa venire voglia di ascoltarla mentre guidi. Non c&#8217;era finale migliore della title track, Lilikoi.</p>
<p>Un disco pieno da scoppiare in quei 46 minuti così fitti di musica, ricordi, personali e collettivi, impressioni a cui ciascuno si può ricollegare a proprio modo, perché alla fine l&#8217;ascolto della musica è sempre una conversazione a due. Solo se si spende un po&#8217; di tempo ad ascoltarla la musica e non semplicemente a sentirla. E visto che la distribuzione base di questo disco è GRATUITA non ci sono davvero scuse per non ascoltare. Tanto vale farlo con cura e con un pizzico di amore.</p>
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		<title>Ukulele Festival di Caldogno 2012 &#8211; 20 luglio</title>
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		<pubDate>Sat, 21 Jul 2012 08:59:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mauro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Adoro andare ai Festival di Ukulele. Il Festival di Caldogno, giunto alla seconda edizione, è per me un&#8217;occasione molto speciale per rivedere amici di data più o meno lunga, incontrarne di nuovi e stare tutti quanti insieme in un&#8217;atmosfera rilassata, quasi fuori dal mondo, per alcuni giorni. Questo Festival per me ha poi avuto una <a class="moretag" href="https://www.maurocorso.it/recensioni/musica/ukulele-festival-di-caldogno-2012/">continua..</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.maurocorso.it/wp-content/uploads/2012/07/20120721-105916.jpg"><img src="http://www.maurocorso.it/wp-content/uploads/2012/07/20120721-105916.jpg" alt="20120721-105916.jpg" class="alignnone size-full" /></a><br />
Adoro andare ai Festival di Ukulele. Il Festival di Caldogno, giunto alla seconda edizione, è per me un&#8217;occasione molto speciale per rivedere amici di data più o meno lunga, incontrarne di nuovi e stare tutti quanti insieme in un&#8217;atmosfera rilassata, quasi fuori dal mondo, per alcuni giorni. Questo Festival per me ha poi avuto una particolarità che me l&#8217;ha fatto apprezzare ancora di più: viaggiare con Jontom, che è sì un musicista tecnicamente perfetto e dotato di grande sensibilità, ma è prima di tutto un amico. Quest&#8217;anno il Festival si svolge all&#8217;interno di Villa Caldogno e non nella dependance. Per questo mi sono preso la libertà di presentare, a simbolo di questo post, la damina che sona il liuto.</p>
<p><a href="http://www.maurocorso.it/wp-content/uploads/2012/07/20120721-110333.jpg"><img src="http://www.maurocorso.it/wp-content/uploads/2012/07/20120721-110333.jpg" alt="20120721-110333.jpg" class="alignnone size-full" /></a><br />
I gruppi sono davvero tanti, artisti molto interessanti che vengono un po&#8217; da mezza Europa e da qualche angolo del mondo. Nella foto possiamo vedere Ukulele Red e Lil Mamie Brown, che hanno letteralmente acceso la serata con i loro ritmi sincopati, con la loro ironia tutta al femminile e rigorosamente &#8220;vintage&#8221; e i loro effetti vocali del tutto naturali.</p>
<p><a href="http://www.maurocorso.it/wp-content/uploads/2012/07/20120721-110642.jpg"><img src="http://www.maurocorso.it/wp-content/uploads/2012/07/20120721-110642.jpg" alt="20120721-110642.jpg" class="alignnone size-full" /></a><br />
Avevo conosciuto i Winin Boys un paio di anni fa, al secondo Festival ukulelistico in Belgio. Gruppo assolutamente maturo e interessante, molto affiatato e dai ritmi assolutamente tirati. Anche in questo caso andiamo su atmosfere rigorosamente retrò. Cosa che a me va bene, però spererei di vedere l&#8217;ukulele esprimersi anche in altri contesti.</p>
<p><a href="http://www.maurocorso.it/wp-content/uploads/2012/07/20120721-111211.jpg"><img src="http://www.maurocorso.it/wp-content/uploads/2012/07/20120721-111211.jpg" alt="20120721-111211.jpg" class="alignnone size-full" /></a><br />
Ho enormi aspettative per Jontom e Violetta. che in questa cornice si buttano su un genere che apprezzo molto, e cioè il bluegrass. Violetta ha una voce davvero molto interessante, voce country, calda e vibrata. </p>
<p><a href="http://www.maurocorso.it/wp-content/uploads/2012/07/20120721-111412.jpg"><img src="http://www.maurocorso.it/wp-content/uploads/2012/07/20120721-111412.jpg" alt="20120721-111412.jpg" class="alignnone size-full" /></a><br />
The Uke Box sono un altro dei miei gruppi (in questo caso un duo) preferiti. La voce di Shelley, calda, melodiosa e dal timbro del tutto particolare è sempre piacevole da ascoltare. La capacità polistrumentale di Marko non è da meno, ed è davvero il caso di dire che si complementano a vicenda.</p>
<p><a href="http://www.maurocorso.it/wp-content/uploads/2012/07/20120721-111643.jpg"><img src="http://www.maurocorso.it/wp-content/uploads/2012/07/20120721-111643.jpg" alt="20120721-111643.jpg" class="alignnone size-full" /></a><br />
Ukulelezaza, alias Remco, è un altro dei miei preferiti. Musicista di rara espressività, riesce a fare su un minuscolo &#8220;soprano&#8221; cose molto interessanti, facendole peraltro sembrare di una semplicità disarmante.</p>
<p><a href="http://www.maurocorso.it/wp-content/uploads/2012/07/20120721-111852.jpg"><img src="http://www.maurocorso.it/wp-content/uploads/2012/07/20120721-111852.jpg" alt="20120721-111852.jpg" class="alignnone size-full" /></a><br />
Riguardo ad Adriano Bono e la sua Minima Orchestra non ho davvero molto da dire: ho visto i suoi set così tante volte da conoscerli praticamente a memoria! Sono lieto della sua recente aggiunta al repertorio di &#8220;We Israelites&#8221;. Coinvolgenti e danzerecci come al solito, hanno portato alto il vessillo della musica caraibica. Se vi piace. Se non vi piace, in finale è anche un po&#8217; problema vostro <img src='https://www.maurocorso.it/wp-includes/images/smilies/icon_smile.gif' alt=':)' class='wp-smiley' /> </p>
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		<title>Intervista a Veronica Sbergia dei Red Wine Serenaders per D.O.C.</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Mar 2012 14:08:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mauro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Mi era capitato di intervistare Veronica Sbergia ad Avigliana, nell&#8217;ottobre del 2011, e devo confessare di essermi tenuto questo tesoro nascosto in cassaforte per tutto questo tempo per festeggiare la nascita del mio sito. Comincio col dire che D.O.C. è un disco davvero molto particolare, caratterizzato da grande energia e vitalità, la stessa vitalità che <a class="moretag" href="https://www.maurocorso.it/recensioni/musica/intervista-a-veronica-sbergia-dei-red-wine-serenaders-per-d-o-c/">continua..</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;"><a href="http://www.maurocorso.it/wp-content/uploads/2012/03/newcoverrws-300x2712.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-84" title="copertinadoc_redwineserenaders" src="http://www.maurocorso.it/wp-content/uploads/2012/03/newcoverrws-300x2712.jpg" alt="" width="300" height="271" /></a>Mi era capitato di intervistare Veronica Sbergia ad Avigliana, nell&#8217;ottobre del 2011, e devo confessare di essermi tenuto questo tesoro nascosto in cassaforte per tutto questo tempo per festeggiare la nascita del mio sito.</p>
<p style="text-align: left;">Comincio col dire che D.O.C. è un disco davvero molto particolare, caratterizzato da grande energia e vitalità, la stessa vitalità che chi segue i Red Wine Serenaders dal vivo ben conosce. Un album con tredici pezzi provenienti da varie epoche e da varie fonti ma tutte riconducibili alle radici della musica tradizionale statunitense, e naturalmente al Blues.</p>
<p style="text-align: left;">Il disco si apre con un interrogativo: &#8220;Cosa succede se cinque musicisti si chiudono per cinque giorni in una stazione ferroviaria con un po&#8217; di amici e un bel numero di bottiglie di vino? Il risultato è nelle vostre mani&#8221;.</p>
<p style="text-align: left;"><strong>- Allora Veronica, com&#8217;è questa storia della stazione ferroviaria?</strong></p>
<p style="text-align: left;">Avevamo già tentato di fare una precedente incisione nel teatro di questa vecchia stazione di Ora, in provincia di Bolzano. All&#8217;interno di questa vecchia stazione c&#8217;è un circolo Arci e al suo interno c&#8217;è un piccolo teatro molto carino che hanno ricavato nella sala d&#8217;aspetto di prima classe. Poco più in là c&#8217;è la casa del capostazione dove ora vive Mauro Ferraresi, uno dei componenti dei Red Wine Serenaders. Siamo sempre stati affascinati dal teatro della piccola stazione e volevamo registrare un live lì, perché in effetti chi ci viene sa sentire sa che il bello dei nostri concerti è proprio il live. E&#8217; difficile che facciamo un pezzo in due modi identici.<span id="more-79"></span></p>
<p style="text-align: left;"><strong>- Com&#8217;è andata l&#8217;incisione dal punto di visto tecnico?</strong></p>
<p style="text-align: left;">Abbiamo fatto una registrazione nel piccolo teatro ma i suoni non erano abbastanza buoni. Abbiamo trovato il compromesso di registrare non in teatro che richiedeva un impegno tecnico troppo complesso: andare a registare nella camera da letto di Mauro che è tutta di legno. Quindi un ambiente piccolo, raccolto e meno risonanza, come se fosse uno studio di registrazione in camera da letto. Tutti i pezzi sono in presa diretta con qualche piccolo arricchimento. Max fa un assolo di ukulele in un pezzo in cui suona la chitarra, quindi era tecnicamente impossibile fare le due cose insieme. Ci siamo chiusi per cinque giorni. Il primo giorno abbiamo buttato tutte le registrazioni. Demoralizzatissimi. Però abbiamo capito cosa andava e cosa dovevamo rivedere e da questo lavoro intenso è nato il disco.</p>
<p style="text-align: left;"><strong>- E&#8217; un disco molto diverso rispetto a Veronica &amp; the Red wine serenaders&#8230;</strong></p>
<p style="text-align: left;">La profonda differenza di questo disco rispetto a quello precedente è che (come è udibile) io non canto tutti i pezzi, è un disco più globale, più corale. Ciascuno si è scelto i pezzi da cantare. Io mi sono sempre orientata sulla ballata romantica e sui pezzi di Memphis Minnie che a me piacciono molto. Mauro che è più roots/delta come estrazione ha scelto dei pezzi più simili alla sua espressione artistica, quindi un canto di lavoro, un gospel alla Reverend Ray Davies come Samson &amp; Delilah che sono tutti pezzi tradizionali. Max ha optato per un pezzo della Memphis Jug band, On the road again (1928), che già eseguivamo in concerto da tempo. Poi c&#8217;è You rascal you, che è un pezzo tradizionale nel senso che non sa chi sia l&#8217;autore ma è stato eseguito da moltissime formazioni. C&#8217;è una versione molto famosa di questo pezzo eseguita da Louis Armstrong, in accompagnamento a un cartone animato di Bettie Boop. Alessandra è più &#8220;moderna&#8221; nella scelta dei pezzi, per esempio ha selezionato una canzone cantata da Julia Lee, famosa cantante pianista degli anni &#8217;40. Lei in Lotus blossom (1947) parla di questa sostanza stupefacente che è la marijuana, grazie alla quale lei riesce ad affrontare una delusione d&#8217;amore.</p>
<p style="text-align: left;"><strong>- La marijuana? Davvero?</strong></p>
<p style="text-align: left;">Nella cultura jazzistica di quel periodo si scrivevano tante canzoni che avevano come tema l&#8217;alcol, la marijuana, la dipendenza da sostanza, ma soprattutto proprio della marijuana&#8230; in realtà il titolo originale di questa canzone, Lotus blossom, era Sweet marijuana e lei superava la delusione d&#8217;amore per quest&#8217;uomo che era fuggito con un&#8217;altra fumandosi un &#8220;cannone&#8221; ed entrando nel suo paradiso artificiale&#8230; una visione della vita alla Baudelaire. Non era però una questione di &#8220;sballo&#8221; perché la funzione era quella di dimenticare i momenti difficili, gli stati emotivi negativi entrando in un mondo immaginario. Una fuga dalla realtà.</p>
<p style="text-align: left;"><strong>- Un&#8217;altra canzone che ami, di questo disco?</strong></p>
<p style="text-align: left;">A me piace molto Out on the western plains, portata al successo da Leadbelly, perché la nostra versione ha un andamento un po&#8217; alla Morricone, queste atmosfere western&#8230;</p>
<p style="text-align: left;">
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		<title>Jontom &#8211; I need you both</title>
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		<pubDate>Wed, 22 Feb 2012 15:52:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[I need you both]]></category>
		<category><![CDATA[Jontom]]></category>

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		<description><![CDATA[Per la recensione del nuovo disco di Jontom, il primo basato sull’ukulele, ho intenzione di violare la una delle prime regole che ci sono state insegnate, fin da bambini. Lo giudicherò dalla copertina. Il design di I need you both è semplice, minimale, sembra davvero un foglio ripiegato in tre più che un vero e <a class="moretag" href="https://www.maurocorso.it/recensioni/musica/jontom-i-need-you-both/">continua..</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" title="Jontom – I need you both" src="http://youkulele.com/wp-content/uploads/2011/06/Cover-need-u-both.jpg?9d7bd4" alt="" width="500" height="499" />Per la recensione del nuovo disco di Jontom, il primo basato sull’ukulele, ho intenzione di violare la una delle prime regole che ci sono state insegnate, fin da bambini. Lo giudicherò dalla copertina. Il design di I need you both è semplice, minimale, sembra davvero un foglio ripiegato in tre più che un vero e proprio cofanetto. In primo piano uno scatto di Francesca D’Urbano che ritrae lo stesso musicista durante una delle sue esecuzioni dal vivo. I colori sono caldi, vibranti, leggermente bruciati sui bordi. Si può notare una certa rispondenza tra la scelta del packaging e il disco vero e proprio.</p>
<p>Posso dire con cognizione di causa di avere visto tanti ukulelisti a questo punto della mia vita. Tanti professionisti, tanti wannabe, tanti che basano il proprio successo sulla simpatia e sul fascino dello strumento. Jontom non appartiene a nessuna di queste categorie. Non solo è un musicista “vero”, ma è uno degli ukulelisti dall’approccio più tecnico sullo strumento, frutto di uno studio e di una ricerca formale costanti e quotidiani. Il suo stile è elegante, improntato a una chiarezza sonora riscontrabile solo nei grandi solisti. Ma veniamo alle canzoni del disco. Il titolo “I need you both” sembra essere un riferimento ai due strumenti di Jontom, il pianoforte, lo strumento con cui si è accostato alla musica, e l’ukulele, strumento di elezione. Il ruolo del piano è sporadico, è una sorta di accompagnamento che serve a dare profondità e a infittire la tessitura sonora nei momenti più drammatici. Le canzoni sono dieci suddivise equamente: cinque canzoni originali e cinque cover. Dentro a questa prima partizione c’è un’ulteriore suddivisione, trasversale rispetto alla prima: cinque brani strumentali e cinque brani con accompagnamento vocale.<span id="more-39"></span></p>
<p>Il disco si apre con la bene augurale Fat Moon, non solo una semplice dichiarazione di intenti ma quasi un manifesto artistico, in cui si possono già sentire le diverse tecniche che accompagnano l’ascolto. Proseguiamo con un arrangiamento di Across the universe e l’atmosfera diventa già magica e le capacità evocative dell’ukulele emergono con straordinaria forza. Tutti i dischi, anche i più forti e omogenei hanno una canzone che può essere definita come un diamante, un punto che brilla in maniera indiscutibile. Nel caso di I need you both, il diamante è la terza canzone, Sleep, in cui si realizza un perfetto equilibrio tra voce, ukulele e piano. L’assolo è estremamente raffinato. Con Brown eyed girl, uno dei classici delle esecuzioni amatoriali su ukulele, Jontom dimostra che ci può (ci deve!) essere cura anche negli accompagnamenti apparentemente più semplici. Subito dopo un omaggio a John Lennon, con Imagine, in un arrangiamento messo a punto nel corso del tempo. Nella strumentale Julia vengono mostrate le potenzialità dell’ukulele anche come… percussione, mentre in Fast ride torniamo sulla carreggiata di una canzone di viaggio. Il ritmo fa immaginare immediatamente lo scorrere veloce dei pali della luce al passaggio della propria vettura in autostrada. Quello che stupisce di questo disco è l’esposizione di tematiche così intime con un tono così brillante. Merito dell’ukulele, e in particolare del lussuoso Kanilea K3 con cui è stato inciso il disco. Tears in heaven ha un posto speciale nella musica di Jontom, si potrebbe dire che sia uno dei suoi pezzi feticcio, studiato, limato e riarrangiato fino all’inverosimile. Il risultato è evidente. Every breath you take, arrangiamento strumentale dai Police è il brano in cui è più presente il pianoforte, in un andamento allo stesso tempo raccolto e orchestrale. La canzone conclusiva è l’unica in italiano, e suggerisce che il viaggio iniziato con Fat Moon non si conclude, perché la strada da percorrere è ancora lunga. Resta da dire ancora qualcosa sulla voce di Jontom, che ha accompagnato l’ascoltatore con parsimonia e, si potrebbe dire, in punta di piedi. Il timbro è pulito, melodioso, e solo di tanto in tanto diventa improvvisamente più aspro, quasi ruvido. Per certi versi potrebbe ricordare in Rod Stewart più meditativo e pensante nell’approccio vocale. Un disco per viaggiare con la mente.</p>
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		<title>Sweet Soubrette &#8211; Days and nights</title>
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		<pubDate>Wed, 22 Feb 2012 15:50:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[days and nights]]></category>
		<category><![CDATA[Sweet Soubrette]]></category>

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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" title="Sweet Soubrette - Days and nights" src="http://youkulele.com/wp-content/uploads/2011/06/daysandnights.jpg?9d7bd4" alt="" width="450" height="450" /></p>
<p>Confesso di essermi avvicinato a questo Days and nights con un po’ di paura. La ragione è semplice, avevo amato così tanto Siren’s Song, il primo disco di Sweet Soubrette, che il timore di essere deluso era davvero molto forte. Siren’s song era molto diretto nell’approccio testuale e musicale, eppure così ricco di poesia, dolore e ironia da renderlo un prodotto davvero unico. Devo ammettere che l’ascolto di questo Days and nights ha fugato tutto i miei dubbi.</p>
<p>Il secondo disco di Days and nights esplora strade e sonorità diverse senza abbandonare la via maestra dell’ukulele. Anzi, si potrebbe dire che il caratteristico timbro sia un tratto distintivo della musica di questa sorprendente artista newyorchese.<span id="more-36"></span></p>
<p>Il primo impatto è dato da “<strong>Gold digger</strong>”, il secondo di una possibile trilogia (?) di personaggi femminili negativi. In Siren’s song avevamo la “Homewrecker”, la rovina famiglie. Mentre questa cercava gli uomini per il brivido di trasgredire le leggi non scritte della “decenza”, la cacciatrice di dote è alla ricerca… beh di denaro ovviamente. Denaro per il suo stile di vita dispendioso. L’apertura, con le percussioni insistenti può ricordare l’inizio di Graceland di Paul Simon (senza essere così ideologicamente sbagliato, ovviamente).</p>
<p><strong>City people</strong> è una canzone che parla di nuvole e cemento. Potrebbe essere il manifesto di un’intera generazione di donne che ora si trovano a trent’anni senza una guida, senza i classici riferimenti che hanno avuto le generazioni precedenti (“you’re older than your parents were when you were born”). L’unione di violini e musica elettronica è dissonante, eppure al servizio del testo in una maniera che te lo fa entrare sotto la pelle.</p>
<p><strong>Days and nights</strong> è la title track, una canzone marcatamente autobiografica in cui le sonorità dell’ukulele tornano preponderanti. Anche qui l’apporto di Heather Cole al violino è fondamentale. Chi invece ha familiarità con il lavoro di Henri Laborit, non mancherà di riconoscere il tema della traccia successiva, <strong>Avalanche</strong>: la paralisi dell’azione. Anche in questo caso atmosfere intense, create da una fitta tessitura di percussioni.</p>
<p><strong>Laws of conservation</strong> è una delle mie canzoni preferite dell’album. Non mi è mai capitato di sentire una canzone sulla tristezza dell’immutabilità delle cose così accessibile, poetiche e a suo modo persino allegra. Nel testo ci sono momenti di poetica arguzia (“if the people in your memory could keep each other company… would that make you less lonely?”). Questa traccia segna un’ideale prima parte dell’album, che poi ritorna su strade più personali, più intime, con <strong>A lot like being alone</strong>, canzone di notte gucciniana ma con una sensibilità tutta femminile, <strong>Jetty</strong> e <strong>Tenderness</strong>. Petit sourir è un’affascinante ninna nanna cantata in francese e in inglese. La marcia dei soldatini di legno è inclusa nelle sonorità del pezzo. <strong>Stick around</strong>è una canzone che unisce immagini molto eteree a simboli fin troppo concreti nella loro materialità. Legami fisici e legami mentali vanno di pari passo. <strong>Snow White &amp; Rose Red</strong> risponde a tutta una serie di domande che erano sorte nell’ascolto di altri brani (“There is no raising girls like us, we have to raise ourselves”). Quindi chi se ne importa delle strade battute, dei presunti insuccessi e persino della paura del futuro. Si può imparare da tutto e andare avanti. Sweet Soubrette sta sicuramente andando avanti. (L’album si può trovare su Itunes).</p>
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