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RECENSIONI   /   cinema recensioni   /   Biancaneve e il cacciatore, una recensione

(lunedì, 30 luglio 2012)

Scrivere non è soltanto creare dal nulla, vuol dire interpretare di nuovo, rileggere, proporre nuove scritture di storie conosciute e patrimonio comune. Probabilmente non ci sono molte storie universalmente note come la favola di Biancaneve, incentrata sullo scontro intergenerazionale fra la Regina e la giovanissima protagonista della fiaba, simbolo di innocenza e purezza. La riscrittura della vicenda arcinota fatta di specchi, mele e cuori strappati è qui attuata in chiave fantasy. La protagonista è la “prescelta”, il motivo più comune di genere, l’unica in grado di riportare equilibrio in un mondo devastato dalla sete di potere della “strega cattiva”. L’impianto fondamentale della storia tradizionale è grosso modo rispettato. Il terreno di scontro delle due donne resta comunque la bellezza. La cosa più interessante sono le due declinazioni di bellezza che vengono proposte.

Il modello presentato da Ravenna (sic!) è quello di una donna che usa la propria avvenenza per coronare la propria ambizione. Ravenna usa la seduzione per estendere il proprio dominio su un’umanità debole e incapace di vedere la sua malvagità. Non si tratta però di una bellezza “gioiosa”: lo spettro della vecchiaia è costantemente dietro l’angolo. La preoccupazione di allontanare lo sfiorire degli anni è l’elemento psicologico portante della personalità della regina Ravenna.

Il modello di Biancaneve è molto più generico. In una sola scena si parla di una generica “bellezza del cuore” che però non vediamo mai in azione durante il film. Gli uomini più rudi si inteneriscono, la natura si inchina al suo passaggio ma senza un vero perché. Siamo di fronte all’omaggio misterioso a un fenomeno inspiegabile, di cui la protagonista non è neppure consapevole. La Biancaneve di Kristen Stewart è un personaggio quanto mai “vuoto”, privo di ogni virtù, capacità e qualità che non corrispondano al suo aspetto, e al suo stare perennemente sullo schermo con le labbra leggermente dischiuse.

Si potrebbe dire che entrambe le protagoniste siano prigioniere delle loro immagini e della loro proiezione nell’universo in cui si muovono. Ci troviamo di fronte al mito della bellezza nel suo paradosso più puro: da una parte la donna matura che ricorrerebbe a qualunque sistema per rallentare lo scorrere del tempo, dall’altro la ragazza che ha dalla sua parte soltanto la sua giovinezza, portatrice di una grazia inconsapevole perché del tutto autoreferenziale. Biancaneve è bella, la sua bellezza è l’innocenza, la sua innocenza è vera bellezza. Intorno a questi due poli non c’è altro che un mondo passivo e in attesa che qualcosa succeda.

La pellicola di Rupert Sanders insegue il fantasy nel cammino della tradizione, ma la morale alla base del racconto è debole e fuorviante. Dal punto di vista della messa in scena viene ricercata un’epica che però non raggiunge mai un’ampiezza di respiro davvero credibile. Quasi due ore e mezza che non scorrono facilmente o in maniera del tutto giustificabile. Per quello che mi riguarda, Biancaneve e il cacciatore ha anche guadagnato un triste primato: il peggior discorso prima della battaglia della storia del cinema: “Il ferro si fonde, ma si rinsalda in se stesso!”. Eeeeeeeeeh?!?

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