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RECENSIONI   /   cinema   /   The Artist, film muto, sonoro, amato e odiato

(sabato, 3 marzo 2012)

Mi è capitato di vedere The Artist dopo gli Academy Awards. Premetto che non è una cerimonia che mi ha mai appassionato e l’assegnazione o la mancata assegnazione di determinate statuette non hanno mai provocato in me emozioni particolarmente forti.

Veniamo al dunque: The Artist è un film che ho apprezzato molto. Non lo considero un capolavoro o una di quelle pellicole che dovrebbero entrare per sempre negli annali del cinema. Però c’è un però. Da un punto di vista puramente soggettivo The Artis mi ha appassionato, nel senso che mi ha regalato passioni vere. Ho riso, ho pianto e ho avuto davvero a cuore la vicenda del protagonista. Questo per alcuni sarà molto, per altri sarà troppo poco, per me è semplicemente cinema.

La prima cosa che mi ha colpito è la straordinaria interpretazione di Jean DuJardin: ironico, istrionico, dall’espressività irresistibile e dirompente. In una sola parola: teatrale. A questo punto immagino che qualcuno sia già saltato sulla sedia. Una delle tante battaglie inutili che mi piace condurre riguarda la parola “teatrale”, una delle più abusate nel gergo cinematografico e una di quelle usate con minor cognizione di causa. Di solito, quando un critico non sa cosa dire di un film tratto da un’opera di drammaturgia, dichiara con grande convinzione che si tratta di un film “teatrale”. Insisto nel dire che una riflessione basilare sui diversi mezzi espressivi e tecnici usati svelerebbe all’istante l’inganno. Secondo me (e non solo) il termine teatrale, più che per esprimere problematiche di messa in scena, dovrebbe essere usato per descrivere qualcos’altro. Vale a dire un attore bene in possesso dei propri mezzi espressivi, al punto da portare sullo schermo una verità innegabile, anche con un solo movimento degli occhi. La verità viene da dentro e viene percepita all’istante, in modo viscerale e primitivo, in modo quasi inconscio. Da questo punto di vista Chaplin è stato uno degli attori più teatrali che ci siano mai stati. Basti pensare alle Luci della ribalta.

Il modo di recitare di DuJardin e la storia di The Artist non sono del tutto originali, anzi mi sembra che entrambi abbiano preso a piene mani da Gene Kelly e da Cantando sotto la pioggia, anche a livello visuale. La scena in cui la vecchia partner di Valentin fa un provino sonoro tra le risate dell’attore che rifiuta la novità tecnica è ripresa quasi letteralmente da Cantando sotto la pioggia. Ci sono poi una serie di piccoli tocchi che da amante del classico di Stanley Donen e Gene Kelly ho apprezzato, e non era scontato che accadesse. Naturalmente entrambi gli intrecci sono davvero ispirati a una stella del cinema muto, ma non è questo il punto. Il punto è la sincerità, e a me The Artist non è sembrato un film falso o peggio: furbo (altro aggettivo che in realtà non mi piace, nel cinema o nell’arte in generale).

Mi sembra che gran parte delle discussioni su questo film siano fuori da un discorso puramente cinematografico. Basta fare una piccola ricerca su Google. La maggior parte degli articoli spiegheranno perché The Artist non deve vincere, perché doveva vincere invece Hugo Cabret, oppure troveremo addirittura timori sulle ricadute di un film “muto” di successo sull’industria del cinema. A me sembra più probabile un revival del tip tap, ma ammetto la possibilità di sbagliarmi. La verità, per riprendere il discorso iniziale, è che da un punto di vista soggettivo di premi, meriti e priorità non me ne importa assolutamente nulla. Non gioisco per la vittoria di The Artist e non mi sarei crucciato di una sua sconfitta.

Un articolo del New Yorker spiega del perché The Artist non è tecnicamente un film “muto”. A me sembra un falso problema. E’ chiaro che The Artist è una “stilizzazione” di film muto, più che un film muto vero e proprio. Le motivazioni del critico del New Yorker però mi sembrano parziali e non del tutto persuasive. Bisogna dire che le motivazioni sono palesemente parziali (il sottotitolo indica: Note sullo stile di recitazione), ma è proprio in questa parzialità il punto debole. L’autore si sofferma a lungo sulla gestualità e sulla differenza di frame al secondo tra il cinema muto e il cinema sonoro. Però David Denby ignora Ejzenstein. Nella Teoria generale del montaggio il regista russo mette in luce una verità molto semplice: che il suono nel cinema (inteso come percezione) esiste prima del sonoro (inteso come tecnica). Quello che il regista non poteva fare stimolando l’udito degli spettatori, era costretto a realizzarlo con la costruzione del montaggio, “mostrando” il suono con gli occhi anziché con le orecchie. Da questo punto di vista a me sembra che The Artist sia un film muto proprio nel procedimento usato, nell’ovviare alla mancanza di sonoro, con il suono dato dalle associazioni assegnate dagli stessi spettatori. In una delle prime scene, Valentin è fuori dal cinema e firma degli autografi. Poco dopo l’eroina del film oltrepassa involontariamente il cordone di protezione e si trova letteralmente addosso alla stella del cinema muto. In quell’istante cade il silenzio perché non si sa come Valentin potrebbe reagire. Il silenzio qui non è dato tanto dall’assenza di sonoro, quanto dal senso di attesa creato dal montaggio. In questa scena il procedimento è più evidente che in altre in cui “sentiamo” lo scatto di una porta vedendolo o un cane che abbaia perché “sappiamo” come scatta una porta o come abbaia un cane. E’ però presente continuamente in modi che sarebbero ridondanti in un film sonoro dei giorni nostri. Ed è proprio questa ridondanza a fare la differenza.

Un’altra cosa che l’autore sembra ignorare è che il pubblico di oggi non è il pubblico degli anni ’20. Questo vale sia per il cinema che per il teatro. Piaccia o no, il codice che gli spettatori dovevano interpretare allora era nuovo, a suo modo più complesso e doveva essere reso accessibile a tutti, fattore che ha permesso la diffusione del cinema come mezzo espressivo del XX secolo. Per tale ragione la mimica doveva essere più forte, la gestualità così precisa da diventare essa stessa un simbolo. Adesso gli spettatori sono più smaliziati, abituati ad assumere e interpretare informazioni in maniera più rapida e meno intellettuale. Forse gli stessi che rimproverano a The Artist di non essere un film fiolologicamente anni ’20, accuserebbero The Artist di trattare gli spettatori come idioti se davvero lo fosse.

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