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scrittura   /   Analisi: Volta la carta di De Andrè

(martedì, 26 marzo 2013)

Se vuoi scrivere devi saper leggere. Se vuoi raccontare, ti basta saper ascoltare. Per questo a volte è importante fare attenzione alle canzoni, a come sono state scritte, al tipo di atmosfere che sono in grado di creare e alle sensazioni che sanno comunicare. “Volta la carta” di Fabrizio di Andrè è una di queste canzoni, caratterizzata da un testo molto complesso e non facile da decifrare. Per questo non propongo in realtà un’analisi in senso stretto, quanto una proposta di lettura.

In “Volta la carta” sono presenti una serie di elementi che mi piacerebbe prendere singolarmente. Non mi avventuro in considerazioni sulla composizione musicale, ma è evidente che l’andamento è popolare e leggermente campagnolo. Il riferimento a Madama Dorè è una spia della provenienza popolare di temi e atmosfere. Veniamo adesso agli elementi.

Le carte. Volta la carta a prima vista sembra quasi un espediente per associare immagini apparentemente prive di legame logico. Vengono in mente i giochi di divinazione basati sulle carte da gioco. Non vedrei bene qui i tarocchi, quanto più un gioco rimediato da carte da gioco napoletane. I giochi di divinazione in realtà sono sempre dei giochi di narrazione e sono tanto più efficaci quanto più il divinatore è in grado di costruire una storia. La storia di Volta la carta non è particolarmente difficile: Angiolina ha una serie di delusioni d’amore, affronta periodi difficili ma alla fine corona il proprio sogno di sposarsi. Eppure, negli intervalli tra una carta e un’altra c’è la sensibilità di chi ascolta, la sua capacità di inserire la propria creatività. Regola d’oro dello scrittore: mai sottovalutare la creatività di chi legge.

Angiolina: è la protagonista della storia. Non ha connotati ben precisi e al massimo possiamo assegnarle una sorta di ingenuità che viene temprata dalle vicende della vita. Tra “Angiolina cammina con le sue scarpette blu” e “Angiolina seduta in cucina che piange e che mangia insalata di more” c’è una vita intera, ci sono dolori piccoli e grandi, c’è una guerra di mezzo (anche se i “soldati … sono tutti scappati”). Proprio per queste caratteristiche è un personaggio a cui è facile affezionarsi

La magia. In questa canzone c’è una forte componente magica e non solo per l’aspetto divinatorio del gioco di carte. Angiolina cerca di risolvere le sue delusioni col pensiero magico, cioè una forma di intervento rituale che possa riparare e ritessere la trama del suo destino. “Angiolina alle sei di mattina si intreccia i capelli di foglie d’ortica. Ha una collana di ossi di pesca, la gira tre volte in mezzo alle dita“. E’ una scena molto vivace in cui ogni elemento viene menzionato in maniera molto precisa. Il pensiero magico non ammette errori e tutto deve essere realizzato con la massima precisione, all’ora giusta e con gli ingredienti adatti.

Il racconto. La magia più grande De Andrè la tiene però per la fine. Il potere più grande è nell’imparare a raccontare la propria storia. Sapere descrivere a parole i fatti della propria vita vuol dire riappropriarsene, arrivare a una forma di comprensione di se stessi e della propria esistenza che una volta era esclusivo dominio dei santi e delle menti illuminate. Angiolina che “chiama i ricordi col loro nome” è una persona che non subisce più il passato come una pressione insopportabile, ma che è in grado di dare un senso alla propria esistenza passata, ed è per questo che “finisce in gloria” (anche se potrebbe esserci un pizzico d’ironia sull’uso di questa frase).

In conclusione. Anche se ho detto che volta la carta non si riferisce ai Tarocchi, ho voluto mettere come immagine il primo arcano maggiore (escludendo l’arcano maggiore 0, il folle), e cioè il mago. Il mago è una carta molto particolare, perché comprende tutti i simboli degli arcani minori e cioè coppe, bastoni, denari e spade. Avere tutti gli arcani minori vuol dire avere il controllo completo della realtà: coppe = acqua; bastoni = fuoco; denari = terra; spade = aria. Il mago è un grande oratore, un affabulatore, ma anche un creatore. Forse potremmo dire, uno scrittore, in fondo chi scrive ha sotto il proprio comando tutte le parole e a suo modo è uno stregone più o meno apprendista. Quello che non viene detto è che ciascuno di noi può essere un mago, come Angiolina che “chiama i ricordi col loro nome” e riesce con la scrittura a risolvere le proprie memorie traumatiche e ad andare avanti con la propria vita, a voltare la carta o, se si vuole, a voltare pagina.

Finisco con una poesia di Giovanni Pascoli (da “Myricae”) che descrive il poeta come un mago che con la sola forza delle parole porte la sua immaginazione ad esistere in maniera viva e palpabile:

IL MAGO

«Rose al verziere, rondini al verone!»

Dice, e l’aria alle sue dolci parole

sibila d’ali, e l’irta siepe fiora.

Altro il savio potrebbe; altro non vuole;

pago se il ciel gli canta e il suol gli odora;

suoi. nunzi manda alla nativa aurora,

a biondi capi intreccia sue corone.

Certo, è una visione classica del poeta (e anche un po’ snob), unico in grado di eseguire magie… ma ormai la scrittura è davvero alla portata di tutti, così come gli strumenti per praticarla, e ciascuno si può sentire un po’ mago. Basta volerlo.

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12 commenti

  • camilla
    il 9 maggio 2018 alle 16:49 ha scritto:

    è bellissimo ciò che ho letto. grazie per avermi dato l’interpretazione di questa canzone così emozionante.

  • mauro
    il 9 maggio 2018 alle 17:28 ha scritto:

    Grazie Camilla, ti ringrazio davvero di cuore per il tempo che hai speso per dirmelo. Vuole dire molto per me.

  • Massimiliano Carraro
    il 28 agosto 2018 alle 21:46 ha scritto:

    Anche io, recentemente interessatomi di De Andrè, arrivo solo nel 2018 a leggere questo piccolo blog, ma ti ringrazio per avermi fornito un’interpretazione che andavo cercando :)

  • Claudio
    il 2 settembre 2018 alle 7:45 ha scritto:

    Grazie per l’analisi,
    ora è ancora tutto più magico.

  • mauro
    il 2 settembre 2018 alle 7:53 ha scritto:

    Grazie per questo commento, mi fa davvero piacere

  • mauro
    il 2 settembre 2018 alle 7:54 ha scritto:

    Non credo si possa rendere più magico De Andrè, ma grazie di cuore!

  • Claudio
    il 2 settembre 2018 alle 9:49 ha scritto:

    Hai ragione,
    Io faccio fatica a non emozionarmi quando ascolto
    De Andrè… qualsiasi canzone.
    Lo ascolto quasi da sempre e lo ascolterò
    per sempre.

  • Francesca
    il 1 novembre 2018 alle 21:30 ha scritto:

    Grazie per questa bellissima interpretazione. Come associare una canzone di De Andrè al pensiero magico.La vita stessa è magia e secondo me, hai colto in pieno il messaggio di questo meraviglioso poeta.

  • mauro
    il 5 novembre 2018 alle 19:07 ha scritto:

    Grazie per questo commento, hai ragione, tanto spesso diamo per scontato la nostra vita e questo abito umano che rivestiamo, dimenticando quanto sia magico quello che viviamo. Per fortuna ci sono i poeti a ricordarcelo.

  • filippo
    il 18 novembre 2018 alle 10:03 ha scritto:

    Caro Mauro, grazie per questo tuo sito. Permettimi di proporre una teoria alternativa su Volta la carta. Non sono un grande intenditore di De Andrè, ma ho dovuto studiare parecchie sue canzoni e sono giunto ad una interpretazione che non riguarda solo questo brano, e che forse non piacerà ai più; ma a me sembra convincente.
    Vorrei provare ad approfondire, in base alle scarne informazioni, la figura di Angiolina. Perché la ragazza è decisamente sfortunata: se s’innamora di un carabiniere, ben presto “lui non c’è più”. Il fante di cuori, manco a dirlo, è un “fuoco di paglia”. Anche il pilota biondo, sia o non sia lo stesso che fa suonare i dischi che parlano d’amore, finisce per farla piangere.
    Chi sia “Madama Dorè”, poi, che puzza di gatto e ha perso sei figlie nei pressi del porto, non può essere un mistero, soprattutto se a parlarne è De Andrè, lo stesso che ha cantato le prostitute in A domenega e soprattutto in Jamin-a (ma non solo…): è una tenutaria di bordello. Questa figura, però (misteriosamente ma non troppo), fa sì che Angiolina, una volta “pagato il riscatto”, possa vestirsi da sposa e cantare vittoria. E la cosa che più ci insospettisce è che la ragazza (finalmente) “chiama i ricordi col loro nome”: è evidente il riferimento ai fuochi di paglia, ai fanti di cuori, ai piloti biondi coi loro dischi d’amore… Qual era il nome errato con cui li definiva prima, prima di darsi alla prostituzione? L’amore, indubbiamente. Vorrei ricordare allora l’unica canzone in cui De Andrè (a quanto mi risulta, potrei sbagliarmi…) parla esplicitamente di amore: La canzone dell’amore perduto. All’inizio dice che sbocciavano le viole (che bello, che poesia…), ma pochi istanti dopo già riconosce “come fan presto ad appassire le rose”. Tanto che “quella che ricoprirai d’oro” (ma: che c’entra l’oro con l’amore?!) sarà “la prima che incontri per strada”, per un bacio mai dato.
    Forse allora è giusto dedurre che l’esperienza e l’appagamento sessuale sono per il Nostro le uniche chiavi interpretative che permettono di affrontare “correttamente” (a detta sua, sia chiaro) il rapporto di coppia. È un po’ la stessa teoria approntata da Piero Buscaroli per Beethoven: l’unica “amata immortale” è proprio… quella che si nega – e fino a quando si nega.

  • mauro
    il 18 novembre 2018 alle 10:34 ha scritto:

    Caro Filippo, grazie per il contributo. Trovo queste argomentazioni molto persuasive, e non sento di avere davvero qualcosa da aggiungere, se non grazie.

  • filippo
    il 18 novembre 2018 alle 10:53 ha scritto:

    Grazie a te.

 

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