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scrittura   /   Con le palle o senza palle? Considerazioni su linguaggio e testicoli

(giovedì, 17 gennaio 2013)

Credo che chi prende sul serio la propria scrittura abbia un dovere nei confronti di se stesso e dei suoi lettori. Il dovere di evitare linguaggio banale. Questa è una cosa che probabilmente viene detta a ogni laboratorio di scrittura: evitate i cliché, i luoghi comuni, i modi di dire abusati e un po’ consunti, i giochi di parole triti e, se scrivete poesie, le cosiddette “rime culturali” (del tipo “cuore/amore” e “luna/fortuna” per intenderci). In altre parole uno scrittore ha il compito di guardare con occhi diversi e critici la realtà che lo circonda e l’uso del linguaggio. Lovecraft, il “papà” dei miti di Cthulhu per esempio suggeriva agli aspiranti scrittori di conoscere la bibbia  di Re Giovanni (King James) e di usare termini arcaici e insoliti. Naturalmente non è un consiglio che si possa adattare a ogni tipo di scrittura.

Poco tempo fa mi è capitato sott’occhio un articoletto di Gad Lerner in cui Mario Monti “finalmente tira fuori gli attributi e dice cosa pensa di Berlusconi”. Sono solo io a cogliere il lato grottesco dell’infelice espressione usata dal buon Gad? Preciso di non avere nulla contro il conduttore della 7 e, a conti fatti, non mi importa assolutamente niente del merito dell’articolo. Quello che mi interessa è l’espressione usata. Quante volte sentiamo dire oppure usiamo frasi come “lui ha le palle”, “tira fuori le palle”, “fatti crescere le palle”, quando non addirittura “una donna con le palle”?

Davvero il nostro linguaggio è così povero da non avere altri termini per descrivere una persona dotata di tratti positivi come decisione, tenacia, coraggio, rifiuto di scendere a compromessi? A quanto pare non c’è se dobbiamo sempre adattarci a vedere con la mente le parti basse del forte di turno. Sempre dotato di attributi immancabilmente virili. Su un articolo del Fatto Quotidiano Paul Auster viene definito un autore “poco simpatico” ma “con due palle robuste così”. Dopo la morte di Mariangela Melato viene ricordata una frase di Luchino Visconte che le avrebbe detto, prima di prenderla per la Monaca di Monza “sembri un ranocchio, ma hai le palle”.

Eppure quando i calciatori stanno di fronte all’area di rigore per fare “barriera”, stanno bene attenti a proteggerle, le palle. In molti altri sport si indossa un sospensorio o la conchiglia. Forse non sono davvero così solide o di acciaio come l’uso linguistico sembrerebbe suggerire. Quindi a conti fatti, è davvero così conveniente quest’ansia di dover esporre continuamente questa parte così tenera e vulnerabile?

Forse è il caso di tornare al caro vecchio fegato, comune a uomini e donne e alla sua capacità di assorbire e rielaborare tutti i nostri stress e le intemperanze alimentari, in grado di rappresentare coraggio e tenacia quanto e più di questi benedetti testicoli che, come il linguaggio sembra suggerire, tendono a rompersi con una facilità disarmante.

Stiamo attenti e pensiamoci, quando ci verrà la tentazione di usare questa espressione tutt’altro che innocua. Non innocua perché rappresentante di una società ad uso e consumo dei soli signori uomini, i soli depositari di questa dubbia forma di “saggezza” ghiandolare.

 

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2 commenti

  • David
    il 29 luglio 2013 alle 14:34 ha scritto:

    Buongiorno, stavo cercando l’origine del modo di dire “tirar fuori le palle”.

    Ero convinto si riferisse alle palle da cannone, significando prepararsi a dar battaglia. Un po’ come “dissotterrare l’ascia di guerra”, ma meno drastico e di origine europea.

    Cordialmente

    David

  • mauro
    il 29 luglio 2013 alle 14:59 ha scritto:

    È un’idea suggestiva e interessante, ma dubito che l’uso comune abbia questo riferimento… se non altro mentale.

 

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