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scrittura   /   La fame insaziabile dello scrittore

(venerdì, 11 gennaio 2013)

Daniele Imperi ha pubblicato nel suo blog Penna Blu un articolo davvero ottimo sugli aspetti che identificano uno scrittore come tale. Ho trovato questo articolo di grandissimo interesse, molto coinvolgente e in alcuni punti anche molto divertente, specialmente nell’elenco delle caratteristiche che permettono a uno scrittore di riconoscersi. Ripeto, è un articolo che mi è piaciuto molto e che mi ha saputo ispirare, così come in queste ore sta ispirando molti altri scrittori sulle proprie caratteristiche più profonde, intime e, passatemi il termine, primordiali.

Tuttavia devo dire di non essere d’accordo con la premessa dell’articolo. Davide Imperi scrive per esempio “Sono sempre stato convinto che ogni forma d’arte non si possa imparare, ma sia in qualche modo innata. Da dove proviene non so, ma c’è” e poi, ancora: “Esiste una prova inconfutabile, secondo me, che avvalora questa mia tesi: tu hai bisogno di scrivere. Probabilmente ti porti dietro questa necessità fin da bambino (a me è successo così: pianificavo romanzi di ogni genere) e non puoi fare a meno di scrivere”.

La scienza ancora si sta sforzando di scoprire il segreto della creatività, da dove nasca cioè quel qualcosa che spinge un individuo a far nascere qualcosa dal nulla, a tradurre la sua visione in un qualcosa di comunicabile. Non esiste ancora una verità sull’argomento, quindi quello che possiamo fare è dare una nostra visione personale. Non sto dicendo dunque che l’idea di creatività che ha Daniele Imperi sia sbagliata. Posso solo dire con non mi riconosco in essa.  Peraltro, sono davvero affascinato da una creatività che nasce da una scintilla più brillante delle altre che ci viene assegnata fin dalla nascita, come dono supremo degli dei. Davvero, mi piace, fa molto antica Grecia e per certi versi accomuna gli scrittori a esseri speciali, a degli eroi, se non addirittura a semi-dei. Io non credo che scrittori si nasca, ma si possa diventare scrittori (o artisti, parlando più in generale).

Su una cosa sono d’accordo: che ogni forma di espressione artistica sia un bisogno. Io preferisco chiamarla la “fame insaziabile”. Chi non sente un bisogno di esprimersi artisticamente è un “sazio”, è una persona che sicuramente vive tra gioie e insoddisfazioni, ma che non sente questa necessità pressante di fare uscire il proprio mondo interiore per mostrarlo e per condividerlo. Si può restare sazi per tutta la vita, o si può essere colti dalla fame insaziabile in qualunque momento della propria vita. Alcuni si scoprono scrittori fin da bambini. Altri avvertono la necessità di scrivere solo a un certo punto, magari per una causa scatenante.

Una volta avevo studiato la letteratura di sopravvissuti alla Shoah e avevo scoperto allora una cosa molto interessante. Quasi tutti i sopravvissuti (e sopravvissute) erano non-scrittori, erano persone che non avevano mai sentito il bisogno di prendere la penna in mano. Le loro esperienze però hanno alimentato questa fame insaziabile che fino a quel momento era assente, finché non è uscito un libro di memorie. In molti casi è stato un processo molto lungo, Halina Birembaum ha scritto il proprio libro di memorie quasi vent’anni dopo le sue esperienze in un campo di concentramento, e la stessa cosa può essere detta di altre scrittrici. In molti, nella letteratura specialistica, hanno parlato di “fenomeno di scrittori che non scrivono”. E’ un’idea curiosa e affascinante perché contrasta con il principio operativo dell’arte: chi recita è un attore, chi dipinge è un pittore, chi compone è un musicista… come fa chi non scrive a non essere uno scrittore. Forse chi non scrive è solo uno scrittore che aspetta di essere travolto dalla fame insaziabile. Insaziabile perché una volta che ti coglie, non ti abbandona più.

Spesso è il dolore a guidarci verso la scrittura, come ha scritto Pennebaker nel suo fondamentale libro Scrivi cosa ti dice il cuore (lo so, la traduzione del titolo è orrenda). A volte è un trauma a farci trovare la scrittura come metodo per superare un lutto o un trauma. La scrittura non è la panacea per tutti i mali, e non è detto che funzioni, ma è un modo di cui riusciamo a intuire le potenzialità anche se non siamo scrittori. Anche se non inventiamo storie e abbiamo solo bisogno di parlare di noi stessi, di quello che ci sembra urgente, anche se solo abbiamo la fretta di riempire una paginetta alle due di notte perché forse (e dico forse) questo ci farà dormire.

Uno scrittore che riesce a dormire ha già compiuto un grande servizio a se stesso! Col pensiero che magari un giorno, riuscirà a far dormire meglio anche qualcun altro… senza addormentarlo dalla noia, se possibile!

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2 commenti

  • Alessandro Madeddu
    il 12 gennaio 2013 alle 1:03 ha scritto:

    Come diceva Popper (se non mi sbaglio): “Non esiste una tecnica per farsi venire delle buone idee”. Credo che l’affermazione sia applicabile anche al campo della scrittura narrativa. Le idee arrivano, quando voglio, e a chi vogliono. Noi ci sforziamo di stare sempre attenti :)

  • mauro
    il 12 gennaio 2013 alle 14:55 ha scritto:

    Ed è proprio quest’arte di stare attenti che può fare la differenza nel tempo :)

 

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